Redazione
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14 maggio 2026
Vibe coding e accessibilità: i rischi del codice generato dall'AI
Il vibe coding sta cambiando lo sviluppo software. Insieme alla velocità, però, porta con sé un problema che pochi stanno ancora misurando: il codice generato dall'AI, lasciato a se stesso, produce molto spesso interfacce che escludono le persone con disabilità.

Il vibe coding — programmare descrivendo l'intento all'intelligenza artificiale e accettando il codice che ne esce — sta cambiando lo sviluppo software.
Insieme alla velocità, però, porta con sé un problema che pochi stanno ancora misurando: il codice generato dall'AI, lasciato a se stesso, produce molto spesso interfacce che escludono le persone con disabilità.
Una rivoluzione di produttività che, senza correttivi, rischia di moltiplicare le barriere digitali invece di abbatterle.
Vibe coding e accessibilità in sintesi
Il vibe coding è programmare conversando con l'AI: il modello scrive il codice, lo sviluppatore "guida" l'output
Gli strumenti più diffusi tendono a generare interfacce non accessibili by default: focus mal gestito, etichette mancanti, feedback solo visivi
L'European Accessibility Act è in vigore da giugno 2025: il rischio normativo è reale, non teorico
La soluzione non è rifiutare l'AI, ma usarla con metodo: prompt consapevoli, validazione umana, persone con disabilità coinvolte nel processo
Cos'è il vibe coding e perché è diventato mainstream
Il termine vibe coding è stato coniato a febbraio 2025 da Andrej Karpathy, ex direttore AI di Tesla e tra i fondatori di OpenAI.
Lo ha descritto come un modo di programmare in cui lo sviluppatore "si abbandona alle vibrazioni": chiede qualcosa al modello in linguaggio naturale, accetta il codice senza rileggerlo riga per riga, lo esegue, e itera sui prompt finché funziona.
È una pratica resa possibile da strumenti come Cursor, Claude Code, Lovable, Bolt e Replit, che hanno trasformato l'ambiente di sviluppo in uno spazio conversazionale.
La promessa è chiara:
tempi di sviluppo ridotti da settimane a ore,
MVP costruiti in un pomeriggio,
prototipi tangibili in mano a chi prima poteva solo descriverli.
Per molti è una piccola rivoluzione personale.
Ed è una rivoluzione profondamente impattante.
La promessa: democratizzare lo sviluppo
Il vibe coding mantiene una promessa che le piattaforme no-code avevano fatto a metà: portare la creazione di software fuori dal cerchio ristretto di chi sa scrivere codice.
Per le aziende il vantaggio operativo è concreto.
Cicli di prototipazione più rapidi,
Costi ridotti per progetti pilota,
Possibilità di testare ipotesi prima di investire in team strutturati
Maggiore velocità di esecuzione.
Per le persone, è una porta aperta: chi ha un'idea può vederla esistere, anche senza decenni di studio dietro.
Qui però comincia la zona d'ombra. Più la barriera tecnica si abbassa, più aumenta il numero di interfacce digitali che entrano in produzione senza passare da un controllo strutturato. E un'interfaccia che non passa controlli, statisticamente, è un'interfaccia che esclude qualcuno.
Il paradosso dell'accessibilità nel vibe coding
Jacopo Deyla, Chief Accessibility Officer di Accessiway, lo descrive così in un suo intervento su Agenda Digitale: «Siamo di fronte a un paradosso tecnologico. Lo strumento pensato per democratizzare lo sviluppo rischia di escludere proprio le persone con disabilità che nella tecnologia avevano trovato una via di espressione professionale. È il cuore della questione. La promessa del vibe coding è "tutti possono programmare". La realtà, oggi, è "tutti possono programmare interfacce non accessibili più velocemente di prima".»
Il problema ha due facce, una più visibile dell'altra.
La prima riguarda gli sviluppatori con disabilità che usano questi strumenti.
La seconda riguarda gli utenti finali dei prodotti che ne escono.
Sviluppatori esclusi dagli strumenti che dovrebbero abilitarli
Una ricerca presentata alla 27ª Conferenza ASSETS — il principale appuntamento scientifico internazionale sull'accessibility tech — ha analizzato l'esperienza di sviluppatori non vedenti e ipovedenti che utilizzano gli ambienti di vibe coding più diffusi. I risultati sono netti: navigazione da tastiera incompleta, gestione del focus inefficiente, feedback di completamento o errore comunicati solo tramite segnali visivi.
Sono problemi tecnici che, sommati, producono una conseguenza precisa: il carico cognitivo aumenta.
Lo sviluppatore con disabilità visiva deve spendere energia per capire come stia operando lo strumento, invece di concentrarsi sul problema che vuole risolvere. Le interfacce conversazionali "intuitive" — pensate per essere accessibili a chi non sa programmare — di fatto escludono una parte significativa della platea professionale.
Risorse per approfondire:
Output generativi che riproducono pregiudizi nascosti
Il secondo livello del problema è negli output. I modelli linguistici che alimentano il vibe coding sono stati addestrati su enormi quantità di codice esistente, e quel codice — è la realtà del web di oggi — è in larga parte non accessibile. Il modello impara da quello che vede. Senza istruzioni esplicite, replica i pattern dominanti.
Non è cattiva volontà del modello. È un bias di ottimizzazione: l'AI tende a privilegiare l'impatto visivo e la velocità di esecuzione, perché sono i criteri rispetto ai quali il suo output viene giudicato "buono" dall'utente medio. Il problema è che l'utente medio, statisticamente, non testa con screen reader.
Il debito di accessibilità si accumula in silenzio
C'è un terzo strato, ed è quello che dovrebbe preoccupare di più chi si occupa di compliance. Più velocemente si genera codice, più rapidamente si stratificano interfacce non controllate. I cicli di QA tradizionali — quelli che intercettavano i problemi prima del deploy — sono progettati per la cadenza umana, non per quella del vibe coding.
In parallelo, il quadro normativo si stringe. L'European Accessibility Act, in vigore dal 28 giugno 2025, ha esteso gli obblighi di accessibilità digitale a una platea di aziende molto più ampia di prima: e-commerce, servizi bancari, servizi di trasporto, piattaforme di comunicazione.
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, già recepita nell'ordinamento italiano, fissa l'accessibilità come requisito fondamentale, non come optional. Un'interfaccia generata in dieci minuti e mai validata può oggi diventare un problema legale concreto, oltre che etico.
Cosa serve per fare vibe coding senza creare barriere
La risposta non è "non usare l'AI". È un dato di realtà: il vibe coding non si fermerà. La domanda corretta è come usarlo bene, e qui ci sono pratiche già abbastanza chiare.
Prompt che includano l'accessibilità dalla progettazione
Gli LLM rispondono a quello che chiedi. Se chiedi "fai un form di iscrizione", ricevi un form di iscrizione che probabilmente non è accessibile. Se chiedi "fai un form di iscrizione conforme alle linee guida WCAG 2.2 livello AA, con label associate, gestione corretta del focus e messaggi di errore annunciabili dagli screen reader", ricevi qualcosa di significativamente più solido.
Non è una bacchetta magica — i risultati restano da verificare — ma il delta è enorme. Trasformare i requisiti di accessibilità in parte standard dei prompt è il singolo intervento con il rapporto sforzo/risultato più alto. Costa zero, alza la media dell'output.
Validazione umana strutturata, non più opzionale
Jacopo Deyla propone un'estensione interessante del classico approccio "person in the loop": parla di "person with disabilities in the loop". La validazione del codice generato non può essere solo automatica, e non può essere fatta solo da chi lo ha scritto. Serve coinvolgere persone con disabilità nel ciclo, non al termine. Non come revisori finali quando ormai il prodotto è in produzione, ma come parte del team che decide cosa è "fatto".
Significa, in pratica, che gli audit di accessibilità — automatici e manuali — vanno integrati nel ciclo di sviluppo, non aggiunti dopo. Un'organizzazione che fa vibe coding senza un protocollo di validazione strutturato sta accumulando debito tecnico e debito etico nello stesso momento.
Intervenire alla radice, non alla fine
C'è una sfumatura tecnica che vale la pena capire. Correggere un'interfaccia non accessibile dopo il deploy è costoso, lento e produce risultati parziali. Generare codice accessibile by design è molto più efficiente.
Per farlo, però, bisogna intervenire sulle logiche e sulla conoscenza che l'AI usa per produrre codice:
training data,
system prompt,
fine-tuning dei modelli interni,
guardrail sulle generazioni.
È un livello di intervento che pochi team possono permettersi internamente, ed è qui che cresce lo spazio per partnership specializzate. Serve un approccio sistemico che attraversi design, sviluppo e governance.
L'AI come alleata, non come minaccia
Sarebbe ingenuo concludere che l'intelligenza artificiale è il problema. È più onesto dire che, oggi, è uno strumento potente lasciato senza istruzioni sufficienti su un terreno che richiede precisione. Lo stesso modello che genera un form non accessibile può, con il giusto training e i giusti prompt, produrre interfacce che funzionano meglio della media degli umani. La leva non è la tecnologia: è il metodo.
C'è anche un orizzonte più ottimista. Man mano che i dataset di addestramento includono più codice accessibile, e man mano che le metriche di valutazione dei modelli iniziano a pesare anche la conformità WCAG, l'AI può diventare un acceleratore di accessibilità anziché un suo rallentatore.
È la direzione naturale, ma non si arriva per inerzia: serve volontà da parte di chi progetta i modelli, e domanda esplicita da parte di chi li usa.
Velocità senza esclusione: il vero standard del prossimo decennio
Se c'è un messaggio da portare via, è questo. Il vibe coding non è né buono né cattivo: è veloce. La velocità senza un metodo che includa l'accessibilità produce più esclusione, più rapidamente. La velocità con il metodo giusto produce, finalmente, software inclusivo su larga scala.
Tre cose da iniziare a fare già da domani.
Inserire requisiti di accessibilità in ogni prompt di generazione codice, anche quelli "veloci".
Integrare validazione umana strutturata nel ciclo di sviluppo, con coinvolgimento diretto di persone con disabilità.
Trattare la conformità non come un controllo finale, ma come una proprietà del processo presente fin dalla fase di design.
E un'idea in più che vale la pena interiorizzare: l'accessibilità non è un freno al vibe coding, è quello che gli dà senso. Un'innovazione che non garantisce l'accesso universale rischia di diventare strumento di esclusione invece che di progresso. Vale per il vibe coding come per qualunque cosa nascerà dopo.
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Domande frequenti su vibe coding e accessibilità
Cos'è il vibe coding?
Il vibe coding è un approccio allo sviluppo software in cui si descrive l'intento all'intelligenza artificiale in linguaggio naturale e si accetta il codice che ne risulta, senza rileggerlo riga per riga. Il termine è stato coniato da Andrej Karpathy a febbraio 2025.
Il vibe coding crea problemi di accessibilità?
Sì, gli strumenti di vibe coding tendono a generare codice non accessibile by default: form senza etichette, gestione errata del focus, feedback solo visivi. Si producono nuove barriere digitali per le persone con disabilità, in particolare per chi naviga con screen reader.
Perché il codice generato dall'AI non è accessibile?
I modelli sono addestrati su grandi quantità di codice esistente, in larga parte non accessibile. Senza istruzioni esplicite nei prompt, replicano i pattern dominanti e privilegiano impatto visivo e velocità di esecuzione, ignorando i requisiti di accessibilità.
Quali rischi legali comporta il vibe coding non accessibile?
Dal 28 giugno 2025 è in vigore l'European Accessibility Act (EAA), che impone obblighi di accessibilità digitale a e-commerce, banche e altri servizi privati. Pubblicare interfacce non conformi espone ad azioni legali, sanzioni e danno reputazionale.
Come fare vibe coding rispettando l'accessibilità?
Serve metodo. Inserire i requisiti delle Web Content Accessibility Guidelines (WCAG) nei prompt, integrare audit di accessibilità nel ciclo di sviluppo e coinvolgere persone con disabilità nella validazione. L'accessibilità è una pratica continua, non un controllo finale.

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